Antonietta De Simon Raphaël (Kaunas, 1895 – Roma, 1975) è stata un’artista di origini lituane, protagonista della stagione espressionista romana tra le due guerre. Formata tra l’Europa orientale e Parigi, porta a Roma un linguaggio aggiornato sulle ricerche francesi, che rielabora in una sintesi personale tra tradizione e modernità. Trasferitasi nella capitale alla fine del 1927 insieme a Mario Mafai, contribuisce alla nascita di quella che Roberto Longhi definirà “Scuola di via Cavour”, distinguendosi per una pittura “eccentrica e anarcoide”, libera da vincoli accademici e animata da una forte tensione espressiva. Le sue opere, spesso dedicate a vedute urbane e paesaggi romani, restituiscono una visione intensa e antiretorica della città, in cui architettura e natura si intrecciano in un equilibrio instabile e poetico. Tra i lavori di questi anni si distingue la Veduta dalla terrazza di via Cavour, in cui il profilo del Colosseo e gli alberi del Palatino emergono tra edifici compressi e segnati da contorni scuri, in una spazialità priva di profondità prospettica. In opere come l’Arco di Settimio Severo, il monumento viene restituito in forma quasi bidimensionale, spogliato della sua monumentalità e trasformato in una presenza fragile e sospesa, immersa in un paesaggio dai toni accesi. Nella Natura morta con chitarra, invece, oggetti quotidiani – strumenti musicali, carte e drappi – si combinano in una composizione densa e narrativa, dove ogni elemento contribuisce a costruire un racconto visivo intimo e vibrante. Attraverso uno sguardo volutamente ingenuo e non mediato dalla tradizione, Raphaël interpreta Roma con una sensibilità personale, costruita su campiture cromatiche accese, contorni marcati e una spazialità compressa. La sua posizione di artista straniera le consente di osservare la città con una libertà visiva e poetica estranea alla cultura accademica italiana, contribuendo in modo decisivo al rinnovamento del linguaggio pittorico dell’epoca. Nel 1931 si trasferisce temporaneamente a Londra, dove affronta soggetti più complessi, come nella tela dedicata allo Yom Kippur, in cui una moltitudine di figure raccolte in preghiera costruisce una scena intensa e corale, segnata da una forte partecipazione emotiva. La sua opera si configura oggi come una delle testimonianze più originali dell’espressionismo italiano del Novecento. Fanno parte della Collezione Giuseppe Iannaccone anche La strada al mare (1939) e Autoritratto scrivendo una lettera a Mario (1942). Quest'ultimo testimonia il legame profondo con Mario Mafai, evocando il loro scambio epistolare durante il periodo della sua chiamata alle armi. L'autoritratto, realizzato su più tele cucite insieme, secondo una prassi diffusa e spesso legata alla scarsità di materiali, restituisce un gesto intimo e necessario: i ritratti, che i due si scambiavano a distanza, diventano un modo per mantenere viva la presenza dell'altro, trasformando la distanza in un dialogo visivo ed emotivo.