Collezione Giuseppe Iannaccone

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Italia 1920 – 1945. Una nuova figurazione e il racconto del sé

La Triennale di Milano e Giuseppe Iannaccone

sono lieti di annunciare:

ITALIA 1920-1945
UNA NUOVA FIGURAZIONE E IL RACCONTO DEL SÉ

a cura di Alberto Salvadori e Rischa Paterlini

Promossa da Fondazione Triennale di Milano e Giuseppe Iannaccone
Direzione Artistica Settore Arti Visive Triennale Edoardo Bonaspetti

La Triennale di Milano
1 febbraio – 19 marzo 2017

La Triennale di Milano e Giuseppe Iannaccone sono lieti di annunciare Italia 1920-1945. Una nuova figurazione e il racconto del sé, una mostra a cura di Alberto Salvadori e Rischa Paterlini – curatrice della Collezione Giuseppe Iannaccone – promossa dalla Fondazione Triennale di Milano e da Giuseppe Iannaccone, parte del programma del Settore Arti Visive della Triennale diretto da Edoardo Bonaspetti.

La mostra, che aprirà dal 1 febbraio al 19 marzo 2017, espone per la prima volta in pubblico una selezione di 96 opere realizzate tra il 1920 e il 1945 della collezione privata dell’Avvocato Giuseppe Iannaccone, acquisite e scelte personalmente dal collezionista.


Apertura straordinaria della collezione

IN PRATICA: Luca De Leva

Cavalli e madonne. Sentimentalmente ispirato a Arnaldo Badodi

dal 9 aprile al 13 novembre 2016

opening sabato 9 aprile dalle ore 10 alle ore 18.00

prenotazione obbligatoria

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Sabato 9 aprile 2016, in occasione della ventunesima edizione di miart – fiera internazionale d’arte moderna e contemporanea di Milano – inaugura il secondo appuntamento del progetto IN PRATICA, un ciclo di mostre a cura di Rischa Paterlini ospitate nello studio legale dell’avvocato Giuseppe Iannaccone, negli spazi in cui è conservata parte della sua raccolta di arte contemporanea. Dopo la prima presentazione, nello scorso autunno, dell’artista Davide Monaldi, IN PRATICA prosegue nel suo intento di proporre, attraverso il susseguirsi di piccole mostre, un continuo confronto tra le opere degli artisti già consacrati nel panorama internazionale presenti in Collezione e quelle di artisti emergenti di talento, anche se ancora sconosciuti al grande pubblico, invitati per l’occasione a concepire progetti site-specific. A queste si alterneranno mostre a tema sugli artisti degli anni ’30, per andare così a ribadire quel costante dialogo tra forme espressive ed epoche differenti che fin dagli inizi caratterizza la Collezione.

Sabato 9 aprile inaugura Cavalli e madonne. Sentimentalmente ispirato a Arnaldo Badodi, mostra personale di Luca De Leva (Milano, 1986) in cui viene presentato un corpus di tredici opere tra disegni, sculture e assemblaggi concepite appositamente per l’occasione. I nuovi lavori di De Leva nascono dall’incontro quasi “amoroso” del giovane artista milanese con alcune opere del pittore Arnaldo Badodi presenti nella Collezione dell’Avvocato Iannaccone: L’Armadio, 1938; Caffè, 1940; Il Circo, 1941.

“Non conoscevo Badodi prima di vederlo nella Collezione dell’Avvocato – racconta Luca De Leva – e questo è stato il motore scatenante di tutto. Mi sono approcciato ai suoi quadri in maniera spontanea e frontale, ignorando tutto l’apparato di critica e informazione scritta nel tempo su di lui e sul suo lavoro. È stata una pura esperienza visiva, priva di condizionamenti, fonte di ispirazione per questi nuovi tredici lavori”.

Negli spazi dello studio legale, tra le opere della Collezione Iannaccone riallestite per questo appuntamento, trovano quindi collocazione le nuove produzioni di De Leva, in dialogo con i tre quadri di Arnaldo Badodi a cui il giovane artista si è ispirato, creando un gioco di assonanze di sensibilità e atmosfere. La figurazione, il lavoro quasi artigianale e la scelta dei materiali sono elementi chiave dell’architettura formale delle nuove opere di De Leva, costruite per attivare una forma di empatia emotiva con il pubblico e con le opere dello stesso Badodi.

“Per la costruzione di ogni singola immagine – dichiara De Leva – ho usato degli accorgimenti legati all’interpretazione, alla memoria e all’immaginario di ognuno di noi. Li ho ricercati in me, e attraverso lo studio di me stesso secondo la natura di tutti noi. Cerco di diluirmi in continuazione e lo spettatore è presente in queste opere tanto quanto lo sono io”.

“L’umanità raccontata da Luca De Leva – sottolinea Rischa Paterlini, curatrice della Collezione – è molto simile a quella che si ritrova all’interno dei tanti quadri di Arnaldo Badodi, pittore che amo e che ho cominciato a collezionare molti anni fa. La pittura di Badodi racconta sulla tela un mondo vero, vivo, umano, un po’ grottesco ma anche ironico e sorprendente. Ballerine, Pierrot e Saltimbanchi si mescolano insieme e si muovono liberi, come su di un palcoscenico di colori. Proprio come accade nei disegni e nelle sculture di De Leva, dove bambini in maschera, immagini votive e cavallini giocattolo rispolverano ricordi profondi, immagini dell’infanzia e scene di vita vissuta che ci parlano con grazia e leggerezza di un capitolo della nostra condizione umana”.

Collezione Giuseppe Iannaccone

La Collezione Giuseppe Iannaccone ha una genesi e una crescita del tutto particolare, il corpus di opere riunite a partire dall’inizio della fine degli anni Ottanta, è modellata fortemente sullo spirito del collezionista che ha cercato nei dipinti, nelle sculture e nei disegni dei sentimenti di umanità forti, quasi gridati, veri. Così la ricerca lo ha portato a scoprire l’arte tra le due guerre di Corrente, delle Scuola Romana e dei Sei di Torino, e di tutta una serie di pittori fortemente volubili alle sensazioni, alle emozioni che tramutavano in arte. In queste opere il colore parla, si esprime e i soggetti chiosano la realtà quotidiana. Con la stessa attitudine l’avvocato Giuseppe Iannaccone si è approcciato all’arte contemporanea arricchendo così la sua collezione di opere degli artisti internazionali più promettenti, da Raqib Shaw a Micheal Borremans, da Nicole Eisenman a Shirin Neshat, Pietro Roccasalva e Imran Qureshi estendendo la sua ricerca, perfettamente in linea con la contemporaneità, anche alla video-art acquisendo opere di Nathalie Djurberg, Andrian Paci e Regina Jose Galindo. Un rapporto del tutto particolare, invece, lega il Collezionista Giuseppe Iannaccone a un’artista italiano siciliano, Giovanni Iudice. In lui l’avvocato Iannaccone ha trovato un “rapporto con la storia dell’arte siciliana: io avevo nella testa le spiagge di Pirandello, con la loro carne ammassata, avevo in mente Guttuso, insomma un po’ tutte queste figure degli anni trenta e, mi sembrava che Iudice, benchè assolutamente contemporaneo, le avesse un po’ dentro. Forse per la prima volta c’è un’osmosi totale tra artista e collezionista, perché io non sono solo colui che gli compra le opere, sono quello con cui discute d’arte, mi parla dei suoi progetti futuri e il nostro dibattito è continuo.”


Nicole Eisenman al New Museum di New york dal 4 maggio al 26 giugno 2016

The New Museum will present the first New York survey show of the work of Nicole Eisenman.

The exhibition is curated by Helga Christoffersen, Assistant Curator, and Massimiliano Gioni, Artistic Director.

One of the most important painters of her generation, Eisenman has developed a distinct figurative language that combines the imaginative with the lucid, the absurd with the banal, and the stereotypical with the countercultural and queer. In her narrative compositions she draws as much from art history as from popular culture, making way for accessible and humorous, yet also critical and poignant images of contemporary life. Gathering a body of work produced over the last two decades, “Al-ugh-ories” pays special attention to the symbolic nature of her depictions of individuals and groups and highlights how the allegorical permeates her oeuvre and fluidly ties the fictional to the autobiographical. Considering Eisenman’s dedication to the history of painting and the ways in which she references artists as diverse as Giotto, Francisco de Goya, Paul Cézanne, Pablo Picasso, and Edvard Munch, the show will also underline how her approach to painting involves a deliberate attempt to counter accepted historical hierarchies through wit and irreverence. Her preoccupation with the figure and the complexity of its gestures and form has in recent years also resulted in a number of large-scale plaster sculptures, a selection of which will be included in this show. With proportions that exceed human scale, these bodies—like those in Eisenman’s paintings—act out familiar everyday occurrences such as eating, sleeping, walking, or making love, while also exposing human desire to be equally raw and awkward.

Nicole Eisenman was born in Verdun, France, in 1965 and lives and works in New York. In 2014 the Contemporary Art Museum, St. Louis mounted a major exhibition of her work, “Dear Nemesis, Nicole Eisenman 1993–2013,” which traveled to the Institute of Contemporary Art, Philadelphia, in late 2014 and the Museum of Contemporary Art San Diego in 2015. Additional solo presentations of her work have taken place at the Jewish Museum, New York (2015); the Berkeley Art Museum and Pacific Film Archive, CA (2013); Studio Voltaire, London (2012); the Katzen Arts Center, American University, Washington, DC (2011); the Frances Young Tang Teaching Museum and Art Gallery, Skidmore College, Saratoga Springs, NY (2009); and Kunsthalle Zürich (2007). Her work was included in Manifesta 10, St. Petersburg (2014); the 2013 Carnegie International, Pittsburgh; the Whitney Biennial, New York (2012 and 1995); and Prospect.2 New Orleans (2011). Eisenman’s work has been featured in numerous recent group exhibitions at institutions including the Whitney Museum of American Art, New York (2015); the Museum of Modern Art, New York (2014); the Reva and David Logan Center for the Arts, University of Chicago (2014); Contemporary Arts Museum Houston (2014); the New Museum, New York (2013); and the San Francisco Museum of Modern Art (2011). In 2015, Eisenman was awarded a MacArthur Fellowship.

 

 

 


Renato Birolli al Museo Ettore Fico di Torino dal 10 marzo al 26 giugno 2016

1941 OLIO SU TELA cm. 85x58 FOTO PAOLO VANDRASCH

Figure e luoghi 1930-1959

a cura di Elena Pontiggia e Viviana Birolli

La mostra documenta l’intera produzione pittorica dell’artista con oltre novanta opere dall’Espressionismo lirico alla ricerca sul colore e sulla luce, oltre che due temi fondamentali della sua indagine: la figura e il rapporto con la natura.

Il percorso espositivo muove dagli esordi di Birolli nella Milano degli anni Trenta intorno
 al critico Edoardo Persico; prosegue attraverso la stagione realista di Corrente di cui è protagonista e giunge infine agli esiti astratti e informali degli anni Cinquanta, in cui la pittura dell’artista entra in risonanza con l’Espressionismo astrattto americano.

Protagonista engagé della vita e del dibattito artistico italiano nei decenni centrali del Novecento, Birolli ha fatto del lirismo cromatico la chiave di una lettura allo stesso tempo critica e poetica del reale, unendo la sensibilità veneta del colore con la lezione di Van Gogh e Cézanne, come annotava nei Taccuini nel 1936: «Il colore non è materia, è nucleo emozionale».

Sono esposti i principali capolavori dell’artista provenienti, oltre che dalla collezione Birolli e dalle maggiori collezioni private italiane ed europee, da istituzioni e musei italiani: la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, il Museo del Novecento di Milano, la Galleria d’Arte Moderna di Torino, la Galleria d’arte Moderna di Udine e la Collezione Banca Intesa.

Completano il percorso documentazioni e foto d’epoca che provengono dal fondo dell’Archivio milanese e dall’Associazione Renato Birolli recentemente costituita. Accompagna la mostra un catalogo con testi di Elena Pontiggia e Viviana Birolli in cui vengono pubblicati, per la prima volta, documenti inediti del «Fondo Renato e Rosa Birolli», conservato a Firenze presso il Gabinetto Scientifico Letterario G.P. Vieusseux.


Paola Pivi in Triennale per “Ennesima”

“Ennesima.
Una mostra di sette mostre sull’arte italiana”
A cura di Vincenzo de Bellis
Direzione artistica: Edoardo Bonaspetti, Curatore Triennale Arte

Dal 26 novembre 2015 al 6 marzo 2016 la Triennale di Milano presenta Ennesima. Una mostra di sette mostre sull’arte italiana, a cura di Vincenzo de Bellis: una “mostra di mostre” che raccoglierà più di centoventi opere di oltre settanta artisti – con un allestimento che si estenderà sull’intero primo piano della Triennale – proponendo una possibile lettura degli ultimi cinquant’anni di arte contemporanea in Italia, dall’inizio degli anni Sessanta ai giorni nostri.

Il titolo prende ispirazione da un’opera di Giulio Paolini, Ennesima (appunti per la descrizione di sette tele datate 1973), la cui prima versione, del 1973, è suddivisa in sette tele. Da qui il numero di progetti espositivi in cui si articola la mostra di de Bellis per la Triennale: sette mostre autonome, intese come appunti o suggerimenti, che cercano di esplorare differenti aspetti, collegamenti, coincidenze e discrepanze della recente vicenda storico-artistica italiana. Sette ipotesi di lavoro grazie alle quali leggere, rileggere e raccontare l’arte italiana anche attraverso l’analisi di alcuni dei formati espositivi possibili: dalla mostra personale all’installazione site-specific, dalla collettiva tematica alla collettiva cronologica, dalla collettiva su uno specifico movimento alla collettiva su un medium fino alla mostra di documentazione. Non un unico progetto che cerchi a tutti i costi connessioni tematiche o stilistiche, cronologiche o generazionali, bensì una piattaforma che prova a ipotizzare la compresenza di questi formati e di altri possibili, per raccontare uno spaccato degli ultimi cinquant’anni di produzione artistica.

Sette tentativi, sette suggerimenti, sette possibili analisi e interpretazioni dell’arte italiana contemporanea. In questo modo Ennesima privilegia alla visione univoca delle prospettive multiple che, come tali, nella loro parzialità, possono essere considerate un campionario di approcci diversi dell’arte contemporanea. Gli spazi del primo piano della Triennale verranno quindi suddivisi in sette stanze attraverso le quali, secondo un percorso preciso, il visitatore sarà guidato alla scoperta delle sette mostre, che potranno così essere percepite come autonome e autosufficienti ma anche come parte di una visione più ampia che le comprende tutte. Un itinerario a tappe che ripercorrerà periodi, climi e movimenti, accostando maestri riconosciuti e personalità storiche ad artisti mid-career che hanno fatto il loro esordio tra gli anni Novanta e i primi Duemila, passando per altri che si sono invece affermati a metà degli anni Duemila, per concludere con una folta presenza di artisti delle generazioni più recenti.

Partendo da questa sua natura “plurale”, il progetto si configura come un affresco composito del sistema contemporaneo italiano nelle sue diverse specificità. Nell’idea di far convergere all’interno della mostra tutti i filoni di ricerca operati sull’arte italiana degli ultimi cinquant’anni, Ennesima comprenderà anche un programma pubblico di video screening, performance, conferenze e talk legati ai temi della mostra, che coinvolgerà, tra le altre, anche le esperienze editoriali – case editrici e magazine – che rappresentano uno degli aspetti più interessanti del sistema dell’arte italiano dell’ultimo decennio.

Ennesima sarà accompagnata da una pubblicazione in sette libri edita da Mousse Publishing che rispecchierà la divisione in sette parti della mostra e che sarà arricchita da più di venti contributi di curatori e critici italiani delle ultime generazioni – tra i trentacinque e i quarantacinque anni – che negli ultimi anni si sono distinti sia a livello nazionale che internazionale.


“Michaël Borremans” al CAC Malaga

CAC Málaga presents the first exhibition in Spain of work by Michaël Borremans (1963, Geraardsbergen, Belgium), one of the most outstanding artists on the contemporary art scene. The show, which takes its title from one of the works on display, Fixture, features 35 paintings produced in the last 15 years. Selected in close collaboration with the artist, the works provide a window into a personal and unsettling visual world populated with still lifes and close-ups of human figures painted in sombre shades.

Borremans, who lives and works in Ghent, is also acclaimed for his drawings and films and cuts an extraordinary figure: he plays a guitar (he used to be a member of the experimental band The Singing Painters), always wears his best suit when painting, and never works on white paper. Trained in the art of engravement, for a number of years he taught and practised etching and drawing, and has only dedicated himself exclusively to painting since the late 1990s, when he began to exhibit his drawings and paintings and made a name for himself on the international scene.

In keeping with the tradition of the Old Masters, he paints with a firm stroke, a limited palette and a superb command of his technique. Fascinated by the Spanish Baroque, he considers Velázquez to be his great teacher, although Bruegel, Goya, Rubens, Rembrandt, Fragonard, Watteau, Chardin, Manet and Surrealism have influenced him as well. He is also interested in film (he admires the work of David Lynch and Stanley Kubrick) and photography (his grandfather was a photogra- pher). In his earliest paintings he painted from photographs that he took out of books, magazines or off the internet, images that he manipulated, but later, he began to stage scenes, incorporating models, that he photographs and then transfers to his paintings.

“I don’t see myself as pure painter, but I use the medium because it’s the most suitable for me to create a specific kind of picture. It would also be possible in the medium of photography and with the assistance of digital techniques, but I just find painting more interesting. A painting is an object of complex character, and because of the historical dimension it is impossible to treat it impartially”, the artist states.

At the same time his works provoke sensations that can be quite contradictory, such as fascination, irritation, tranquillity, beauty, sadness, mystery, reality and fantasy. Borremans invents ambiguous, strange visual worlds that trigger reflections about the absurdity of human existence, but in an ironic way. They are worlds full of contradictions. Although he uses the portrait format in his works, he does not create true portraits. For this artist the subject is always an object, not the representation of a living thing, which is why his characters never look at us directly. It doesn’t matter who the figures are or what exactly they are doing in his pictures. Be they close-ups, alone or part of a group, they are like mannequins or statues, standing, sitting or reclining, that work or manipulate objects, because for Borremans they are archetypes, universal symbols that inhabit familiar yet vague, strange spaces. As he says, “With the paintings, at first you expect a narrative, because the figures are familiar. But then you see that some parts of the paintings don’t match, or don’t make sense. The works don’t come to a conclusion in the way we expect them to. The images are unfinished: they remain open. That makes them durable.”

The small size of most of his paintings does not only challenge conventional standards, but miniaturises the subjects highlighting the artificiality of representa- tion. But when demanded by the theme, he resorts to much larger dimensions, to a scale as in the religious paintings evokes a certain mystery. A case in point is The Angel, 2013, in which the figure’s face is painted black. We do not know what is really happening in his works, and therein lies part of their appeal. The figures have a psychological depth that is conveyed by their clothes or the actions, occasionally absurd, that they are performing. Sometimes his works evidence a certain violence, like the figure in The Villain, 2003, who is making a bomb. Hands are recurring motif, as we see in Red Hand, Green Hand, 2010, an image open to multiple interpreta- tions, and The Egg IV, 2012. Meanwhile, The Resemblance, 2006, explores the medium of painting.

Borremans’ paintings but also drawings – which reflect a more surreal vision of the world – and films – beautiful, painterly representations of slow-motion images – compel the spectator to consider the philosophical nature of painting and its infinite possibilities, what it represents and symbolises, how it is interpreted and what it means. A very simple image can challenge many things. His works are ambiguous, open, quite mysterious, and intriguing—like a riddle that the visitor has to solve.